Dell’importanza del linguaggio e della povertà intellettuale

Oggi è stata una giornata un po’ strana…

Un po’ triste, un po’ malinconica…

Ma stamattina ho passato un’ora bellissima in compagnia del mio correlatore di tesi, il mitico, almeno per me, Diego Biasi, ad dell’agenzia di relazioni pubbliche Business Press di Milano. Non lo vedevo dal lontano 2003…un’eternità! E’ stato un incontro emozionante!

Abbiamo parlato di tante cose, ricordato i bei tempi in cui, acerba e inesperta, muovevo i primi passi nel mondo del lavoro e della comunicazione. Gli ho ricordato con quale maniacale attenzione ai dettagli mi faceva piegare e ripiegare mille volte gli inviti alle conferenze stampa o agli eventi fino a quando non fossero tutti esattamente identici e precisi. Ci abbiamo riso su. Ma la lezione è servita, io gli sono grata per quello che mi ha insegnato anche se, allora, mi sembrava esagerato. Tuttavia ho resistito e ho imparato…spero!

Il bello è che, adesso, la penso esattamente come lui! Io sono una maniaca della precisione, soprattutto nell’utilizzo della lingua italiana. Io odio i congiuntivi sbagliati, i pronomi utilizzati a caso, gli errori ortografici, l’incertezza nell’uso della consecutio temporum e della punteggiatura.

Intendiamoci, un “a me mi” può scappare, ed è anche simpatico se vogliamo perché è rafforzativo. Ma quando si scrive e si ha a disposizione tutto il tempo per rivedere il testo e correggere gli errori, certi refusi mi fanno pensare solo a quanto siamo regrediti dal punto di vista culturale e sociale.

Il modo in cui ci esprimiamo è indicativo del modo in cui è strutturato il nostro intelletto ergo non credo che un laureato, in qualsiasi materia, che si suppone debba avere studiato tanti argomenti per tanti anni su tanti testi, possa parlare o scrivere come uno scolaretto delle scuole medie! E non mi si venga a dire che nelle situazioni informali è consentito lasciarsi andare perché, si, è vero, tra amici ci si può permettere qualche licenza poetica…ma “se io sarei, andrei, farei…” è SBAGLIATO!!!

Cavolo, io ricordo ancora il mio primo sussidiario delle elementari e, nella sezione di grammatica italiana, c’era un bellissimo capitolo dal titolo “MODI E TEMPI DEL VERBO”. E’ scomparso dai libri circa 15 anni fa credo…a nessuno è ancora venuto in mente di chiamare “Chi l’ha visto?”?

A meno che non si voglia pretendere di vincere la competizione nel mercato globale con una generazione di professionisti privi dell’uso del pensiero e della parola; a meno che non si creda davvero che sia tutto ammesso, che la tolleranza sia la strategia migliore; a meno che non si creda che l’Università, ormai priva di risorse pubbliche, possa essere considerata solo un’azienda della GDO che con l’arma delle Lauree in scienze delle merendine si debba procacciare clienti sul mercato per sopravvivere…sarebbe forse meglio darci una svegliata! No?

Sarebbe forse meglio che la scuola insegnasse e non tollerasse, che i genitori facessero partire qualche rimprovero e responsabilizzassero, i datori di lavoro si preoccupassero più della professionalità piuttosto che delle agevolazioni sulle assunzioni, che si smettesse con tutto questo buonismo…se non va non va, se un laureato non parla un italiano corretto forse non ha studiato abbastanza, forse dovrebbe ricominciare dalle elementari, forse non ha chiari nemmeno i concetti non solo le regole grammaticali…uno schiaffone non ha mai fatto male a nessuno.

Gli schiaffi della vita sono molto più dolorosi rispetto a quelli che ho preso da mia madre!

Su questo io e Diego ci siamo trovati d’accordo stamattina…le nuove generazioni sono fragili, senza spina dorsale, senza basi né pilastri…e questo non mi rende felice, anzi! Avrei voluto sentirmi dire che non è sempre così…e invece…

Meditiamo gente….meditiamo!

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